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A che punto siamo arrivati? Gli incresciosi fatti avvenuti nei campionati regionali federali di pallacanestro lasciano l’amaro in bocca

2 giugno 2011: torno a casa dopo una stupenda giornata di festa, e prima di andare a letto apro Facebook col mio “fonfon tanscrin” e cosa leggo? Di un arbitro di basket aggredito e di una gara sospesa. Cosa? Un giocatore ha preso a cazzotti un arbitro e l’ha mandato al pronto soccorso. Eh? Un giocatore, dopo neanche 8 minuti dall’inizio della partita ed essendo entrato da un paio di minuti, spacca il naso all’arbitro. Scherzi? Termina così la finale di serie C regionale per la promozione al campionato nazionale.

No, ok, facciamo un passo indietro.

Il 27 maggio a Bologna un giocatore da un paccone ad un arbitro e si prende un anno di squalifica.

Il 30 maggio a Modena stende un arbitro con un pugno, che non sospende la partita, e si prende due anni di squalifica.

Il 2 giugno a Forlì, un giocatore scazzotta un arbitro dopo essere entrato da due minuti, tutto perché l’arbitro non ha fischiato un fallo di sfondamento, e la gara viene così sospesa a poco meno di tre minuti dalla fine del primo quarto. E l’arbitro deve andare in ospedale, col naso rotto. Per la cronaca vi rimando ai giornali e ai siti di informazione.

Il 3 giugno è il day-after: appaiono articoli con inesattezze da far sorridere gli addetti ai lavori, appare un video di dubbio gusto col sottofondo musicale di Rocky con le foto dell’arbitro sanguinante, la gente si sfoga come può sui vari forum e su Facebook.

Ma la domanda non cambia: a che punto siamo arrivati? Come siamo arrivati a questo punto?

Attenzione, non stiamo parlando di campionati professionistici con mille interessi economici, stiamo parlando di campionati regionali che hanno sì la loro dignità e la loro economia, ma sono pur sempre minors.

Leggo che le motivazioni che vanno per la maggiore sono tre:

  1. La FIP negli anni non ha tenuto una linea dura nei confronti degli atti di violenza, sia nei confronti degli arbitri sia nei confronti degli avversari. Questo nell’ottica dell’impunità ormai così tanto caro alla nostra Italia.
  2. Le Società sportive continuano a far giocare le teste calde sapendo cosa possono combinare, pur di coprire il ruolo con un giocatore più o meno bravo e/o più o meno furbo (il giocatore incriminato non è nuovo ad episodi di violenza nei confronti degli avversari: anzi, l’allenatore – a questo punto direi un vero genio – ha dichiarato di aver convocato il giocatore pur aspettandosi che potesse essere espulso per un fallo troppo duro).
  3. La classe arbitrale sta diventando arrogante e presuntuosa, contribuendo a creare un distacco che non permette il dialogo con i giocatori. Ciò provocherebbe in qualche maniera quei giocatori “caldi” che sanno di non aver niente da perdere.

È un po’ come un cane che si morde la coda, ma a titolo personale sono d’accordo con tutti e tre i punti. Fondamentalmente è l’intero sistema che non va bene. Va bene, puoi anche avere in partita un arbitro arrogante – e ultimamente in giro se ne vedono spesso – , ma non ti puoi certamente permettere di passare alle vie di fatto. Mai. Per nessuna ragione. È vero che nei campionati minori trovi in giro anche dirigenti, allenatori, giocatori ed arbitri frustrati e/o svogliati, ma lo sfociare nella violenza non può essere giustificato da nessun motivo

Viene chiesto un chiaro e forte segnale alla FIP che prontamente risponde, dopo neanche 24 ore dall’episodio. Mai provvedimento più veloce. Qual questo forte segnale?
Rinviare le gare degli altri campionati regionali, col piccolissimo problema che qualche giocatore potrebbe aver prenotato già le ferie.
Ovviamente invitando tutti ad adoperarsi affinché questi episodi non avvengano più.
Ah, ecco la soluzione del problema. Falsando gli altri campionati, innervosendo tutti gli altri e non facendo niente per risolvere il problema.
Adesso siamo posto, d’ora in avanti tutti più buoni.

Comunque non prendiamo in giro solo gli altri, guardiamo anche in casa nostra (campionati CSI, NdA). Neanche noi siamo immuni a questo spirito di ribellione e di sfogo nei confronti degli arbitri. Negli ultimi tre anni abbiamo assistito, nei nostri campionati territoriali:

  • un giocatore di pallacanestro che spintona un arbitro facendolo cadere e sbattere sul tavolo degli ufficiali di campo (tre anni);
  • un allenatore di pallavolo con famiglia che fomenta il proprio pubblico verso gli arbitri (sessanta giorni e due gare a porte chiuse);
  • un giocatore di calcio che mette le mani al collo di un arbitro che continua comunque la sua partita (diciotto mesi).

Non dimentichiamo che neanche la Clericus Cup, il campionato pontificio, è stata digiuna di atti di violenza, se pur non verso gli arbitri ma verso gli avversari.

Senza passare dalla violenza, una frase che mi ha detto un giocatore quest’anno è inequivocabile: «Dai, non ti arrabbiare, lavoro tutta la settimana e durante la partita fammi sfogare almeno con l’arbitro.» Ueh, non ho mica ammazzato nessuno io per meritarmi questo!

Oppure con l’allenatore dopo che mi ha sbraitato addosso mi fa: «Scusa, ma se parlo con i miei giocatori non mi ascoltano, devo sfogarmi con qualcuno.» E in questo caso invece risposi con un «Ascolti, io faccio l’arbitro, non lavoro per il Telefono Amico.»

Comunque direi che possiamo dare il via ad una nuova disciplina: la caccia all’arbitro! Un collega forlivese prova a sdrammatizzare proponendo un corso di difesa personale obbligatorio per tutti gli arbitri, uno ferrarese propone di presentarsi alle prossime partite con un casco da rugby, ma scherzi a parte questa escalation è preoccupante.

Alla luce di questi fatti, come può un giovane avvicinarsi all’attività arbitrale, con l’aiuto sia dei malghini del secolo che sono emersi nel mondo professionistico del calcio e della pallacanestro sia degli opinionisti sportivi che non vedono l’ora di prendere la moviola per accusare quello o quell’altro arbitro.

Comunque sia, la colpa è sempre dell’arbitro e non del giocatore che sbaglia il tiro. No, purino, il giocatore sbaglia il tiro perché l’avversario ha fatto fallo e l’arbitro non ha fischiato. Ah ecco.

Gira e rigira, siamo sempre lì: nessuno si vuole più assumere le proprie responsabilità, visto che è più semplice dare la colpa agli altri. Anche senza eccedere nella violenza, questo accade quotidianamente nei nostri campionati.

Ma alla fine come si può provare a risolvere questo problema culturale, soprattutto alla luce dei valori e dello spirito che guidano l’attività del Centro Sportivo Italiano (che potrebbero anche essere poi copiati anche dalle FSN…)?

Credo che, così come si parlava delle tre motivazioni, si debba partire da questi punti:

  1. La Giustizia Sportiva deve essere amministrata in modo equa, favorendo sì lo spirito del recupero e del reinserimento nell’attività sportiva, come previsto dal nostro Regolamento di Giustizia, ma anche condannando e stigmatizzando con severità gli atteggiamenti e gli episodi che escono dal mondo sportivo, sia nei comportamenti con gli arbitri sia nei comportamenti con avversari e/o altri tesserati. La certezza e l’equità della pena sono due cardini fondamentali per l’amministrazione della giustizia in generale. Episodi come quello del 2 giugno non possono che portare ad un allontanamento da una qualsiasi pratica sportiva.
  2. Le Società sportive devono fare un profondo esame di coscienza, cercando sì di rieducare i propri tesserati nei modi opportuni, ma non chiudendo gli occhi di fronte a comportamenti e recidività evidenti oppure giustificandosi con un «So che è un ragazzo difficile, ma lo faccio giocare per vedere se gli fa bene.». Magari a lui sì, ma agli altri un po’ meno. Va bene che la rieducazioni passi dall’ambito sportivo, ma con percorsi idonei ed operatori qualificati.
  3. In un clima più sereno anche gli arbitri a loro volta devono compiere un passo verso il dialogo e la convivenza evitando atteggiamenti non consoni al ruolo arbitrale, così come previsto dalle nostre carte. Senza manie di protagonismo e/o di infallibilità, ma come educatori alle regole e al rispetto reciproco. I responsabili dei settori arbitrali non devono preoccuparsi solo della tecnica o dell’atleticità di un arbitro, ma anche dell’atteggiamento e del carattere che tira fuori in campo. Ma questo discorso pare che venga fuori, e a ranghi ridotti a volte, solo nel CSI.
  4. Due parole le meritano anche i tifosi, soprattutto i genitori, che dagli spalti danno il meglio di sé riempendo avversari ed arbitri degli insulti peggiori che ci possano essere sulla faccia della terra. Ho assistito a scene inenarrabili, l’educazione al rispetto deve passare anche attraverso la famiglia.

Alla fine si traduce tutto in poche parole: umiltà e rispetto. Parole che sembrano essere scomparse dal dizionario italiano, di esempi l’Italia ne è piena oramai in qualsiasi ambito e a qualsiasi livello.

È analizzando casi come questi in cui si trova piena applicazione dell’emergenza educativa di cui si parla tanto negli ambienti ecclesiali: ecco, questa è la dimostrazione del fatto che, credenti o non credenti, ognuno di noi si deve adoperare per ritrovare l’armonia del vivere assieme in maniera equa e responsabile. Anche perché faccio fatica a credere che ci siano poi così tante persone felici di vivere in questo clima di ostilità perenne: se così fosse, saremmo giunti a pericolosi livelli patologici. Ed un’epidemia di odio e di scontri non fa bene all’umanità intera, che dovrebbe in realtà lavorare per costruire assieme il bene comune.

Una cosa è certa: non è un percorso semplice ma occorre affrontare una salita. Una salita alla quale occorre far fronte insieme, tra tutte le varie componenti dell’attività sportiva, facendo tutti un passo indietro e cercando di tornare ai valori sportivi che in certi ambienti sono nascosti sotto tonnellate di marcio.

Quindi ok, sfoghiamoci (a parole) in questi giorni, ognuno avrà da dire la sua, ma passati i bollenti spiriti rimbocchiamoci tutti le maniche per tornare allo sport giocato puro e semplice. Altrimenti, torniamo tutti a casa e lasciamo le borse in garage.

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