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Quindici anni a fischiettare per i campi qua e là (piripì piripì)

Non c’avevo fatto caso: oggi inizio la mia sedicesima stagione da arbitro di pallacanestro. Come direbbero in tanti: “E non hai ancora imparato?”.

Beh, ad arbitrare forse no, ma di cose in questi quindici anni ne ho imparate tante. Una su tutte il rapporto con le persone. Ho iniziato che ero uno stronzo allucinante (l’ultima gara della prima stagione, siamo al lontano 1996/97 e c’era ancora la categoria “Propaganda”, l’ho sospesa perché l’allenatore espulso non voleva lasciare il campo di gioco – espulso perché mi accusò appunto di fischiettare per il campo qua e là piripì piripì). Poi col tempo mi sono un po’ limato, e da stronzo sono diventato insofferente. Insofferente nel vedere la gente che sfoga le proprie frustrazioni contro l’arbitro.

Di aneddoti ce ne sarebbero tanti da raccontare, belli e brutti. Un giorno mi metterò a scriverli, prima di dimenticarli. Litigate in campo, con i colleghi, con i commissari, macchine che mi lasciano a piedi al palazzetto, errori che hanno fatto vincere la squadra sbagliata, corse al pronto soccorso, palazzetti pieni, dirigenti unici nel loro genere, viaggi in macchina assurdi, cene goliardiche.. mo mo mo.

Da quel lontano corso nel 1996 (e non durava sei lezioni come adesso, ma un bel po’ di settimane 2/3 sere a settimana, tutte lontano da Ravenna). Ricordo ancora i miei compagni di avventura che partivano da Ravenna: Sabrina Padovani (che venne da me a ripassare il regolamento la sera prima dell’esame) e Davide Fioravanti (che nella tratta Ravenna-Faenza frantumava ogni record di velocità). Istruttore Maurizio Teodorani, veramente bravo: la cosa bella è che oggi racconta ancora le stesse storielle di 16 anni fa!

Ma come ho fatto ad iscrivermi al corso? Avevo già in mano i moduli da consegnare per diventare arbitro di pallavolo, quando in un negozio di informatica incontro il mio ex-istruttore minibasket, Andrea Casadio, che mi chiede se voglio andare ad arbitrargli una partita di minibasket (visto che si ricordava che durante gli allenamenti preferivo arbitrare invece di giocare). Accetto. Mi presento al pallone della Robur, mi da un fischietto, un regolamento e via andare. A fine gara mi chiede: “Ti posso chiamare per le partite?”. Accetto. Poi diventa un: “Mi vieni a dare una mano in palestra con i bambini?”. Accetto. E quindi, questo è uno scoop, io in realtà non inizio come arbitro ma come aiuto-istruttore. Però con in mente la maglietta grigia (che poi all’inizio era a bande bianco/blu): e infatti, raggiunto il limite d’età minimo e dopo aver provato l’emozione di arbitrare una partita “vera” in coppia col fratello di Sabrina (che all’epoca arbitrava in serie D, in barba ad ogni regola: a farlo oggi arriverebbe a tirare l’orecchio Zancanella in persona!), vengo iscritto al corso.

La prima partita: mi chiama Bruno Riva dal CSI per andare con lui ad arbitrare un paio di gare. La prima gara è stata in coppia con lui, giocava la squadra dei sordomuti e non ricordo chi.

Poi arrivano le prime designazioni su carta copiativa con la calligrafia di Stefano Rambelli: la prima designazione è foglio azzurro (secondo arbitro) in coppia con Sabrina, la seconda è foglio bianco (primo arbitro) sempre con Sabrina. Una era allievi ed una cadetti, ma non ricordo quale. Fatto sta che la prima delle due viene rinviata, e quindi arriva la tensione: esordio in FIP come primo arbitro.

Da lì arriva la scalata alle varie categorie giovanili, alla prima divisione, alla promozione, fino alla fatidica gara: la partita in coppia con Fabio Facchini che deciderà la mia promozione in serie D. Con Fabio che inizia a scancherare perchè a Granarolo manca l’ufficiale di campo (il referto di gara sarà quello di FIBA Europe perché lui aveva solo quello nella borsa). L’allenatore di casa, noto brontolone, osa dirgli due robe e viene adeguatamente redarguito. E a fine gara si accorge di essersi dimenticato le ciabatte a casa per fare la doccia.

A parte tutto, arriva a casa la letterina con la quale mi si annuncia di essere stato inserito nelle liste di serie D. Iniziano i raduni, con i test atletici malefici e i fantastici quiz (sono un purista del regolamento, mai avuto problemi ai quiz). E arriva l’esordio: Forlì, via Baldraccani, in coppia con Davide Zagonara. Fischiata mia decisiva a fine gara che fa andare tutti ai supplementari. Loris Gigli, commissario, non gradisce e mi affibbia un “bel” voto: 58. Prendo e porto a casa, senza rancore, ci sta che abbia cannato l’esordio. Sono ancora giovane, mi ci vorrà un po’ di tempo per capire come gira il mondo e successivamente incazzarmi con un paio di commissari: che, guarda caso, dopo Baskettopoli non esercitano più. Mah…

Col tempo diventano sempre più vincolanti i test atletici: ne prendo atto, anche a causa di un serio problema di salute che mi lascia praticamente “out” per un anno, e nel 2009 rassegno le mie dimissioni da arbitro regionale nelle mani di Paolo Flammini, all’epoca presidente regionale ed una delle persone alle quali sono più legato nella mia carriera. Mi risponde con una mail che ricorderò sempre, lasciandomi la porta aperta ad eventuali ripensamenti. Ma ormai il dado è tratto.

Rimango arbitro provinciale, con comunque meno disponibilità rispetto a prima causa altri impegni, e cresce sempre di più il mio impegno nel CSI. Beh, qua sono meno vincolanti i test atletici, c’è meno gente, c’è meno carrierismo: mo pensa te, nel 2010 vengo convocato anche per le finali nazionali. Mo guarda, arbitro pure la finale 3°/4° posto. E scopro un mondo nuovo, fatto di nuove amicizie e di tanto divertimento. Bello bello bello. Nel 2011 l’esperienza si ripete, con ancor più divertimento e legami sempre più forti. Speriamo bene.

Non sono stato uno che ha fatto carriera federale. Principalmente perché la panza non si addice all’arbitro, ma anche perché non sono mai stato un carrierista (alla pari di colleghi che ho conosciuto in questi anni). Lo rimpiango? Boh, anche no, alla fine ho raggiunto – e raggiungo ancora – le mie piccole soddisfazioni.

Oltre a fischiare poi ho avuto anche una parentesi da istruttore miniarbitri, grazie alla fiducia di Giorgio Taroni: anni, rapporti, esperienze uniche. Tornei in giro per la regione (il primo, classico, all’Eurocamp con Alessandro Bassi e Marco Pierantozzi) e per la nazione (Castelnuovo della Garfagnana). Altre persone fantastiche conosciute. Ragazzini che hanno fatto carriera e che ora, cestisticamente parlando, mi mangiano in testa. Ma è giusto così.

Poi tanto impegno nel gruppo arbitri provinciale, bella squadra. Poi purtroppo la magia si rompe e scatta il contrasto: ho il vizio di essere diretto e di non mandare le cose a dire. E anche qui non mi smentisco: faccio un po’ di casino, cade il CIA provinciale, commissariamento e via andare. Alla fine dei quattro anni, c’è il rinnovo degli incarichi. Visto che sono stato accusato di aver fatto tutto per ottenere il posto da presidente e per dimostrare che non era tutto oro quello che luccicava, comunico la mia intenzione di lasciare ogni incarico in altre mani e saluto tutti. Con gran dispiacere. Qui qualche rimpianto ce l’ho anche, ma ormai è tardi e i miei impegni mi hanno portato altrove.

Sempre nella pallacanestro, ma al di fuori dell’arbitraggio. Quindi non ne parlerà qui. Ma ho successivamente imparato moltissime cose. Prima tra tutte: dobbiamo distruggere il muro che divide il mondo arbitrale dalle società e dalla federazione. Dichiarazione pesante, sì, ma è vero: c’è una muro enorme che divide i due mondi, che non fa bene per niente al movimento. Che porta a contrasti inutili ed assurdi. Con un po’ di umiltà  (da entrambe le parti) si riuscirebbe a lavorare decisamente meglio. Troppa politica in mezzo. Ma non lo vedo realisticamente possibile nell’immediato.

Dopo 15 anni, dopo tanti alti e bassi, dopo momenti di gioia e di sconforto, sono ancora qua. Questa sera indosserò maglia, pantaloni (se entrano ancora), scarpette, fischietto al collo e via andare. Qualcuno potrebbe obiettare: “Non vale, è una gara CSI e non FIP.”. Chi l’ha pensato, non ha capito niente del mondo sportivo. Lo sport vive dove c’è gente che lo vuole praticare, e non dove vige un cappello piuttosto di un altro (anche questo concetto sarebbe bello da far capire a tutti quanti… ma questa è un’altra storia).

“Perché continui?”. Bella domanda. Fare l’arbitro è una passione, una passione che ti mette al servizio delle società sportive, una passione che non si impara e che deve essere parte del proprio io. Dopotutto ero predestinato, no? Ho già detto che quando giocavo a minibasket preferivo arbitrare invece di giocare. E qualcuno l’ha capito. Non continuare per futili motivi inoltre sarebbe uno sgarro nei confronti di chi ha perso tempo con me in questi anni. Sarebbe una mancanza di rispetto nei loro confronti.

Per tutto questo si continua. Per tutto questo entrerò stasera in campo. Per tutto questo nel mio armadio, nonostante la carenza di spazio, ci sarà ancora il ripiano dedicato al basket.

Ma non fatemi girare i cosiddetti.

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